17 settembre 2018

Marcel Bich, il torinese che inventò la penna a sfera

biro

Ecco la vicenda di un torinese anomalo. Talmente anomalo che in pochi conoscono la sua storia e in pochissimi sanno che è torinese. Il suo nome è Marcel Bich.

Originario di una nobile e decaduta famiglia valdostana, il barone Marcel Bich nacque a Torino nel 1914 e fino alla fine della sua adolescenza abitò in corso Re Umberto 60. Nel 2004, a dieci anni dalla sua morte, il Comune di Torino fece affiggere una targa con dedica sull’elegante facciata del palazzo: “Qui nacque Marcel Bich. Semplificò la quotidianità della scrittura”.

Aveva una marcia in più il giovane Bich e lo dimostrava il fatto che, pur possedendo buoni mezzi economici, ancora studente si improvvisò venditore porta a porta di lampadine e rappresentante di inchiostri. Ma il 1953 fu l’anno della svolta: Marcel Bich incontrò un ungherese, tale Laszlo Birò, e la storia della scrittura cambiò. Bich e Birò, sembra quasi una premonizione.

Bich era già nel settore, dal 1945 aveva una piccola azienda che produceva matite e penne stilografiche, ma l’idea della penna a sfera lo affascinava alquanto. Laszlo Birò aveva avuto l’intuizione osservando i gaucho argentini marchiare il bestiame. Gli uomini bloccavano la mucca e poi imprimevano il marchio che ne identificava la proprietà con una grossa sac a poches piena di inchiostro indelebile, sulla cui punta roteava una biglia metallica. Anni e anni di esperimenti non bastarono all’ungherese, non riuscì mai ad ottenere un prodotto economico e soprattutto affidabile: le sue biro perdevano inchiostro o scrivevano raschiando il foglio, insomma un vero disastro.

Marcel Bich capì che il problema era legato alla densità dell’inchiostro e al metallo della sfera che non doveva deformarsi. Il carburo di tungsteno fu la soluzione. La penna fu quindi lanciata sul mercato: il barone la chiamò Bic, lasciando cadere l’acca. Avviò una campagna pubblicitaria in cui diceva di aver costruito il prodotto perfetto ad un prezzo così basso da essere accessibile a tutti. Ed era vero.

In America le biro costavano dieci dollari, la Bic fu messa in vendita a ventinove centesimi e dopo qualche anno scese addirittura a dieci. Se pensate che questi presupposti siano stati sinonimo di immediato successo vi sbagliate. Da principio la penna non si vendeva: il prezzo così basso non la rendeva oggetto di culto e perciò non riusciva a scalfire il mercato della stilografica, i rivenditori avevano un misero guadagno e quindi non spingevano il prodotto, persino le maestre fecero ostruzionismo dicevano, con ragione, che disabituava alla bella scrittura. Infatti con l’avvento della Bic sparì la calligrafia.

Ma la perseveranza del barone diede i suoi frutti e poco alla volta la Bic ottenne un successo mondiale. L’obiettivo di Bich era vedere diecimila penne al giorno, tre anni dopo il lancio arrivò a duecentocinquantamila.

Tre furono le caratteristiche vincenti: la possibilità di scrivere con qualsiasi inclinazione (fu testata dagli astronauti in assenza di gravità), il modello cristal che consentiva al possessore della biro di sapere a che punto era la carica di inchiostro e la forma esagonale, che permetteva alla penna di rimanere ferma anche sui piani inclinati. Non ancora pago del successo della Bic, e per evitare ingerenze da parte della concorrenza, Marcel Bic, nel 1957, acquistò l’inglese Biro-Swan e il 60% dell’americana Waterman. Aveva consolidato un impero.

Dalla penna usa e getta, al rasoio, all’accendino il passo fu breve. Il consumismo chiedeva e il barone Bich non inventava, ma commercializzava. A nessuno sfuggì l’importanza di questi oggetti che cambiavano in modo radicale la gestualità quotidiana di tutti gli abitanti della terra.

Il barone Marcel Bich è stato un intraprendente anche nella vita privata, ha avuto tre mogli e undici figli. Coltivava importanti relazioni commerciali senza permettere mai a nessuno di entrare troppo nei propri affari. Si teneva lontano dai giornalisti, quando qualcuno chiamava per un’intervista, rispondeva la segretaria: “Il barone lavora, non ha tempo da perdere”. In questo era davvero un torinese!

Patrizia Durante.



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