11 giugno 2018

11 giugno 1833 – Nasce a Nizza Rosa Vercellana, la Bela Rosin

belarusin

Il padre, Giovanni Battista Vercellana da Moncalvo,  faceva parte della Guardia imperiale napoleonica ma nel 1814 rifiutò di seguire l’Imperatore fuggito all’Elba ed entrò a far parte dei Granatieri di Sardegna di Carlo Alberto. Era quindi in servizio a Nizza Marittima (si chiamava così per distinguerla da Nizza Monferrato) quando la moglie diede alla luce la piccola Rosa.  La bambina fu battezzata con il nome di Maria Rosa Chiara Teresa Aloisa, ma sarebbe passata alla storia come la Bela Rosin. Rosa Vercellana fu dapprima amante e poi moglie morganatica del re d’Italia Vittorio Emanuele II, che concesse a lei e ai figli nati dalla loro unione, i titoli nobiliari minori di Contessa di Mirafiori e di Fontanafredda.

Il loro primo incontro avvenne nel 1847. Il padre di Rosa era stato trasferito presso il Castello di Racconigi per comandare il presidio militare della tenuta di caccia. Rosa aveva 14 anni ed era affacciata al balcone, il futuro re, ancora principe ereditario, la vide e se ne innamorò. Lui di anni ne aveva 27 era sposato con l’algida austriaca Maria Adelaide e aveva già quattro figli. “Che bella, che donna! – esclamò il principe – Molto bella. capelli corvini, occhi scurissimi, carnagione perfetta e un petto tutt’altro che acerbo”. I loro primi incontri furono clandestini, per la chiara opposizione del re Carlo Alberto e per la legge vigente nel Regno di Sardegna che puniva duramente chi osava allontanare le ragazze con meno di 16 anni dalle loro famiglie.

Eppure, a guardare foto e ritratti, Rosa sfugge ai canoni estetici: viso squadrato, lineamenti marcati, occhi distanti e un naso importante. Ma la bocca è carnosa e sensuale e quei capelli così scuri sono il tratto esterno di un carattere forte e passionale abbinato a una straordinaria dolcezza. Certo, ai giorni nostri, non sarebbe diventata una top model e neppure una donna da pubblicità con quel corpo rotondo e burroso e quei tratti grezzi ma, a dispetto di ciò,  Vittorio Emanuele II, il primo re d’Italia, se ne innamorò perdutamente e la amò per tutta la vita.

Il loro amore, inizialmente tumultuoso, passionale e relegato alla camera da letto, divenne col tempo un amore pacato, domestico e familiare, sereno e rasserenante nonostante le difficoltà. Invidiabile. Vittorio e Rosa erano simili, anche fisicamente, tracagnotti ma fieri, con lo sguardo diretto, intenso di chi affronta la vita con la schiena dritta. Un aspetto per niente regale ma comunque altero e dignitoso. Innamorati della caccia, delle cavalcate in libertà, della natura, dopo la morte della regina, avvenuta nel 1855, i due si trasferirono negli appartamenti reali di Borgo Castello all’interno del Parco della Mandria. Il podere non appartiene alla corona ma al patrimonio privato del re. La Mandria resterà per tutta la loro vita la residenza preferita. Vittorio Emanuele avrebbe voluto legalizzare la posizione di Rosa e convolare a giuste nozze, ma i nobili e Cavour su tutti, opposero un durissimo no! Ma questa storia, piaccia o no, non c’entra nulla con la ragion di Stato e i giochi di potere, è una vera storia d’amore, in tutti e con tutti i sensi.

La Bela Rosin seguirà il suo Vittorio ovunque e in tutti i suo spostamenti, sempre discosta ma sempre presente: la Mandria, la Venaria, la Pietraia nei pressi di Firenze, la Villa Mirafiori, costruita apposta per lei sulla via Nomentana a Roma, furono le vere case dove il re trovava una vera famiglia, con lei che lo aspettava per dargli tutto ciò che una moglie può dare a un marito.  Cioè vera serenità, libera dagli obblighi di corte, due figli e la vita intera.  I loro ragazzi, Vittoria ed Emanuele Alberto, porteranno il cognome Guerrieri, erediteranno dalla madre i titoli nobiliari oltre alle proprietà che il re aveva acquistato per loro.

Non furono solo rose e fiori, lei era chiassosa, sfarzosa e indiscreta, lui un filibustiere che ogni tre per due si incapricciava dell’attricetta di turno, ma Rosa lo aspettava paziente e fiduciosa, e Vittorio tornò sempre. Fino all’ultimo. Il re non riuscì mai a fare della sua Rosa una regina. Ma nel 1869  si ammalò e fu dato precipitosamente per spacciato, in quell’occasione volle sposare morganaticamente in articulo mortis la Bela Rosin. Cavour non c’era più e nessuno si oppose all’unione, anche se, a livello legale ed ereditario, quel matrimonio non cambiò nulla. Il loro amore fatale ma sereno, così squilibrato, lei popolana e lui re, eppure armonioso, poiché fatti l’uno per l’altra, durò trent’anni. Un’eternità, con un’infinità di momenti storici e privati condivisi, a letto, certo, ma anche a tavola, la sera davanti al camino, a cavallo, nei boschi e a passeggio tra i prati e le vigne.

Vittorio Emanuele II morì nel 1878, in seguito a una bruttissima polmonite, Rosa se ne andrà sette anni dopo, Casa Savoia vietò la sepoltura della donna nel Pantheon, non essendo mai stata regina. I figli in aperta sfida con la corte le fecero costruire a Mirafiori una copia del Pantheon in scala ridotta: il Mausoleo della Bela Rosin. Le spoglie furono poi traslate nel 1972 al cimitero Monumentale per evitare profanazioni e atti vandalici alla tomba.



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