05 novembre 2017

Anche il pan carrè è torinese, colpa del boia

PANCARRE

L’ultimo boia torinese fu Piero Pantoni. A metà dell’800 guadagnava circa 2000 lire all’anno: uno stipendio da favola, quasi il doppio rispetto a un professore universitario. Ma la sua vita era tutt’altro che facile: il disprezzo accompagnava il suo lavoro quotidiano

Per il boia non era facile sposarsi ma il Pantoni riuscì a trovare moglie: il  matrimonio fu celebrato da Giuseppe Cafasso (futuro santo) nel 1846. Anche la sposa non veniva trattata con gentilezza. La coppia abitava in via Bonelli 2, all’epoca via dei Fronelletti, si diceva che avessero la casa più pulita della città, proprio perché la povera donna non usciva quasi mai dall’ appartamento.

Persino dal panettiere era trattata con disprezzo, tanto che il pane le veniva consegnato capovolto ed era costretta a mettere il danaro in una scodella, dove veniva lavato, anziché nelle mani del fornaio. La consegna del pane capovolto era però considerato segno di sventura e un’ordinanza vietò quel gesto, i fornai più intraprendenti iniziarono quindi a cuocere il pane in una forma rettangolare, in modo che fosse sempre capovolto: una pagnotta a forma di mattone che è il preludio alla nascita del pan carrè.

Piero Pantoni apparteneva a una stirpe di boia: quello di Reggio Emilia era suo fratello maggiore e, a loro volta, erano figli di Antonio che per anni aveva svolto lo stesso ingrato mestiere nello Stato Pontificio; ma la storia riporta un Pantoni boia anche a Parma e a Ferrara. Si può immaginare quindi che fossero ben consci dell’oscura fama che li accompagnava.

Si dice che i coniugi Pantoni avessero un solo amico tale Caranca, becchino di Rivarolo, non è difficile immaginare quale rapporto li legasse e quali fossero i loro discorsi!

Per tradizione i boia avevano un banco loro riservato nella chiesa di Sant’Agostino e venivano tumulati in loculi sottostanti il campanile, emarginati quindi anche da morti.

I patiboli torinesi furono collocati in diversi posti della città: il primo vicino alle Porte Palatine, poi nella piazza delle Erbe (ora piazza Palazzo di Città) l’ultima luogo fu il Rondò della Forca, quel tratto di corso Regina che attraversa corso Valdocco, ma alcune esecuzioni si tennero in piazza San Carlo e piazza Castello e la ghigliottina, in epoca napoleonica, fece rotolare teste anche in piazza Carlina.

Le esecuzioni capitali richiamavano sempre un foltissimo pubblico, vi assistevano addirittura i bambini: il condannato partiva dal carcere di via San Domenico 13 e, su un carro scoperto affinché tutti lo potessero vedere, giungeva al patibolo. Qui era benedetto e confortato da un sacerdote. Saliva quindi su una delle due scale sistemate sulla forca dove gli veniva sistemato il cappio, il boia gli toglieva la scala da sotto i piedi facendolo cadere in una botola. Tutta la cerimonia durava circa mezz’ora. Quando il corpo veniva liberato dal capestro il popolo si affrettava a guardare la posizione della corda per trarne auspici per il gioco del Lotto.
Patrizia Durante



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