Minghella: il serial killer che si proclama innocente
“Sono innocente”. Questa frase Maurizio Minghella l’ha ripetuta per anni, decine di volte. Fin dal giorno del primo arresto, a Genova, nel 1978. Accusato di aver assassinato cinque ragazze, prostitute conosciute in discoteca. I corpi, seviziati, erano stati abbandonati nei boschi. Sulle salme scritte sgrammaticate inneggianti alle Brigate Rosse, per cercare di sviare le indagini. Lui, che all’epoca era un ragazzo di 20 anni, dapprima confessò, poi ritrattò e si difese dicendo di essere vittima di un errore giudiziario. Tutto inutile. Venne riconosciuto colpevole di 4 di quei delitti che per sei mesi avevano terrorizzato Genova e l’intera Liguria. Lui, amante delle discoteche tanto da essersi guadagnato il soprannome di John Travolta della Valpolcevera, continuò la sua battaglia giudiziaria dal carcere di Porto Azzurro (Livorno), sperando nella revisione del processo. Dopo 12 anni la sua buona condotta gli valse la semilibertà. Sembrava sincero il suo tentativo di rifarsi una vita. Trasferitosi a Torino si sposò ed ebbe un figlio, cominciò a lavorare in una comunità di recupero. Lo scorso anno però la doccia fredda: un nuovo arresto per l’aggressione a una prostituta. Poi nuove accuse di omicidio per la morte di quattro prostitute uccise proprio nella zona di Torino. Anche stavolta Minghella – ormai 44enne- si è dichiarato innocente, ha iniziato uno sciopero della fame e – per protesta – aveva praticamente rinunciato a difendersi nel processo, tuttora in corso; anche la madre e i parenti hanno continuato a stargli vicino e a credere nella sua innocenza.