27 aprile 2007

Delitto Cogne: 16 anni ad Anna Maria Franzoni

Colpevole. Alle 21:12, dopo nove ore di camera di consiglio, il presidente Romano Pettenati legge con voce insolitamente carica di emozione il dispositivo della sentenza con cui infligge sedici anni di carcere ad Anna Maria Franzoni per l’omicidio del figlio Samuele. Una pena quasi dimezzata rispetto a quella – trent’anni – del processo di primo grado. Non è servito l’appassionato intervento dell’avvocato difensore, Paola Savio, che in mattinata aveva cercato di instillare il seme del dubbio nella mente dei due giudici togati e soprattutto dei sei giudici popolari (quatto donne e due uomini). La Franzoni, anche per la Corte d’Appello, resta la persona che il 30 gennaio 2002, a Cogne, ha ucciso suo figlio. Ma qualcosa di nuovo c’è. A differenza di quanto aveva chiesto il pg Vittorio Corsi, alla donna sono state concesse le attenuanti generiche, dichiarate “equivalenti” rispetto all’aggravante del vincolo di parentela. Un gesto di “comprensione umana” secondo il rappresentante della pubblica accusa, il quale, evidentemente soddisfatto, ha annunciato che non ricorrerà in Cassazione. Il particolare sistema di giudizio scelto dall’imputata, il rito abbreviato, le ha garantito lo sconto automatico di un terzo della pena. Non c’è stato, invece, lo sconto previsto per la seminfermità mentale, e per sapere perché i giudici hanno disatteso le conclusioni dei loro stessi periti bisognerà aspettare le motivazioni, che verranno depositate fra novanta giorni. “Il dispiacere di Anna Maria è enorme”, ha detto l’avvocato Paola Savio, che ha parlato con la sua assistita per telefono “Ma non mi sento di riferire ai giornalisti lo sfogo di una persona che è stata condannata”. La penalista, subentrata a Carlo Taormina quasi alla fine del processo in veste di legale d’ufficio, si è battuta con grande valore e alla fine Pettenati le ha concesso l’onore delle armi: “Siamo stati fortunati che il sistema informatico abbia sorteggiato lei”. “Il castello accusatorio è parzialmente crollato” ha commentato Paolo Chicco, il capo dello studio legale di Paola Savio: “Nove ore di camera di consiglio vogliono anche dire che c’è stata una frattura nella Corte. Le decisioni si prendono a maggioranza, e una maggioranza così risicata è un vanto per l’avvocato Savio”. La quale avverte: “Il processo non finisce qua. Ci sono tre gradi di giudizio”. Anna Maria non era in aula. Ha preferito allontanasi, forse rientrare a casa, sicuramente non assistere alla sentenza. Ma nella sua dichiarazione spontanea conclusiva aveva ancora ribadito, in un pianto dirotto, la sua innocenza: “Giudici, siate giusti. Io non ho ucciso mio figlio. Io non gli ho fatto niente”. Non le hanno creduto.

 



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