Ivan Ballada, “cuore” dell’hockey a Torre Pellice

Non compare nelle formazioni o nelle foto dei giocatori dell’hockey club Valpellice, eppure Ivan Ballada, per oltre trent’anni, è stata una delle immagini più genuine del fenomeno Valpe: una presenza costante a bordo pista. Aiuto-attrezzista e uomo di fatica: chiamatelo come volete. Dietro le quinte c’era sempre lui. Portava le borracce, apriva la porta della panchina, spostava pesantissimi borsoni e attrezzature. «Ho cominciato a seguire l’hockey e non so neppure io il perché», raccontava un po’ di tempo fa Ivan.
La sua infanzia non è stata facile, ha vissuto per anni in una comunità alloggio poi qualcuno chiese a Mario Tarditi, all’epoca dirigente della Valpe, se quel ragazzone poteva dare una mano alla squadra. E così iniziò la sua avventura nell’ hockey.
Era il 1º gennaio 1980. Da quella prima corsa, a portare i paragomiti a un giocatore dell’hockey, sono passati decenni. Una squadra che è anche gruppo, famiglia. Prese in giro, pacche sulle spalle, soprannomi simpatici, mai mancanze di rispetto.
Sempre a bordocampo e mai coltivato il sogno di di giocare, o almeno di pattinare: «Non fa per me – rispondeva Ivan in una delle rare interviste concesse – preferisco stare fuori. Una volta, però, i giocatori mi vestirono da portiere e mi misero sul ghiaccio». Quella volta non fu facile segnare, vista la stazza da gorilla di Ballada.
In trent’anni avrà percorso almeno 300mila chilometri al seguito della Valpe: «Una notte, di ritorno da Asiago, si ruppe il riscaldamento del pullman e dovetti cercare una coperta per tutti i giocatori. A Cavalese, invece, il bus finì la benzina: abbiamo dovuto spingerlo in salita sotto una fitta nevicata!». A Milano un disco galeotto l’ha ferito al viso: il giorno dopo era di nuovo vicino alla balaustra, in barba a alcuni punti di sutura ed ematomi.
Se un giorno la Valpe avrà finalmente un museo, dovrà dire grazie a Ivan. Già perché – da vero appassionato – Ballada ha iniziato a raccogliere vecchi articoli, maglie, foto. Sognava una sede fissa per i suoi cimeli: «Sarebbe bello poter avere un locale al palaghiaccio, magari con dei manichini e uno schermo per proiettare le vecchie partite».
Dal 21 gennaio scorso Ivan non c’é più, ma è sempre vivo nel cuore di chi ama l’hockey.