16 settembre 2020

100 ANNI FA VIOLENZE E MORTI A TORINO

mille920

Dopo la Grande guerra (1915-18) l’Italia, formalmente vittoriosa, deve affrontare i medesimi travagli degli sconfitti. Chi è restato a casa ha affrontato quattro anni d’inferno. Le sofferenze al fronte sono state spropositate e i soldati tornano furibondi nell’anima e piagati nel corpo. A lavorare la terra ci hanno pensato le donne. Milioni di poveracci devono fare i conti con una miseria nera e scoprono che i profittatori si sono arricchiti, rubando sulle forniture militari e speculando sulle loro sofferenze. Il malumore degenera in sac­cheggi, scioperi, disordini, violenze, occupazioni delle fabbriche, morti e feriti. Dilagano rancore, insoddisfazione, insofferenza, ribellioni.

Il 1919-1920 è il «biennio rosso», specie nel triangolo industriale.  A Torino gli operai sono 200 mila su 500 mila abitanti; il Partito Socialista ha il 54 per cento dei voti, 22 punti in più della media nazionale; la Rivoluzione sovietica galvanizza socialisti, sindacalisti, anarchici. Il «biennio rosso» (1919-1920) è funestato da violenze inaudite, soprattutto nel capoluogo subalpino che tra le due guerre mondiali accentua il carattere industriale. Le aziende, nel tentativo di adattarsi al mercato di pace, ricorrono a massicci licenziamenti: la Fiat lascia a casa 8 mila dipendenti con disastrose ripercussioni sull’indotto. Torino è l’epicentro delle inquietudini popo­lari e delle agitazioni rivoluzionarie che scuotono la Penisola; è protagonista delle sommosse ed è marginale nell’ascesa del fascismo.

Il 29 gennaio 1920 sciopero generale e a Torino: 120 mila operai marciano «come una valanga a spazzare dalle strade e dalle piazze il canagliume nazionalista e militarista». Il governo fa affluire 50 mila militari e lo «sciopero delle lancette» lascia gli operai con l’amaro in bocca e con una forte voglia di rivincita.  A Torino gli operai cominciano a produrre per proprio conto e a difendere gli stabilimenti con le armi.  Le violenze divampano: un operaio è ucciso da un passante che lo scambia per un rapinatore; una «guardia rossa» cade in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine; i conflitti nelle strade provocano 15 morti, tra cui 5 poliziotti. Il giorno peggiore è il 22 settembre 1920: la forza pubblica occupa i punti strategici con mitragliatrici, cannoni, autocarri, autoblindo, veicoli «scudati». Le «Guardie Rosse» uccidono con un colpo di rivoltella alla testa due operai sottoposti a «processo proletario», condannati e giustiziati. La Fiat è occupata per 30 giorni e Agnelli affida la contabilità dell’azienda a Vittorio Valletta.

Il ricordo di don Silvio Solero, valente cappellano militare nella Grande guerra: “Dal Duomo si sentiva il crepitìo delle mitragliatrici in corso Regina Margherita; c’è una carica di Cavalleria in via Garibaldi; i dimostranti con le pietre colpiscono i poveri soldati. I comunisti fanno correre la voce che nei sotterranei del Duomo sono nascoste armi e munizioni per poi incitare ad assaltare il tempio”.

Indignazione anche da due altri preti torinesi. Don Adolfo Barberis, segretario del cardinale arcivescovo Agostino Richelmy, dirige «La Buona Settimana» che si occupa della guerra, dei cappellani militari, dei sacerdoti-soldati, di fatti politici e sociali; esorta a un fattivo amore di Patria, come la sottoscrizione del «prestito per lo Stato». Anche don Attilio Vaudagnotti scrive un articolo molto ruvido: «Moltissimi si diedero alla conquista dei beni terreni. Mentre già si era acuita la contesa tra proletari e padroni, l’odio di classe si accrebbe con la guerra: cagionò alle masse un disagio economico intollerabile e fece affluire favolose fortune nella mano di pochissimi».

Pier Giuseppe Accornero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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