06 gennaio 2021

IL PIEMONTE E LA PESTE DEL 1630

PESTE

Il calzolaio Francesco Lupo è il primo a sentirsi male: il respiro affannoso, fame d’aria, la tosse non gli dà tregua e gli graffia la gola. Un cliente lo apostrofa: «Hai una cera orribile e la faccia blu». Sotto l’ascella destra un rigonfiamento e sulla pelle un inquietante bubbone. Crolla di schianto sul «deschetto».

È il 2 gennaio 1630, «annus horribilis», a Torino si gela con un vento polare. La peste, sterminatrice di popoli, dilaga in tante città del Nord Italia. La «dama nera» colpisce indiscriminatamente giovani e vecchi, donne e neonati, soldati e civili, ricchi e poveri, potenti e accattoni, prelati e bottegai, nobili e plebei. Le pozze maleodoranti, i pavimenti lerci, le fogne a cielo aperto moltiplicano i contagi. Inutilmente le porte della città sono sprangate e i forestieri sono tenuti fuori.

LA PESTE «DI SAN CARLO» DEL 1576-77 – «La peste che, cinquantatrè anni avanti, aveva desolata una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. Tanto è forte la carità!». Alessandro Manzoni ne «I promessi sposi» racconta la peste che imperversò nell’Italia affamata nel 1629-1633 e colpì Lombardo-Veneto, Toscana, Svizzera, Torino e Piemonte.

GUERRE ANCHE IN PIEMONTE NEL 1600-1630 – Torino e il Piemonte sono devastati da molti episodi bellici, come gli scontri tra cattolici e valdesi, che destabilizzano l’equilibrio sociale ed economico. Condizioni atmosferiche sfavorevoli provocano ovunque pesanti carestie, tanto che il duca Carlo Emanuele I emana un edito per calmierare i prezzi e limitare le speculazioni. Migliaia di persone abbandonano case, campagne e campi e vanno mendicare nei maggiori centri, tra cui Torino, che è un paese di 25 mila abitanti a confronto di Milano che ne ha 250 mila.

Il 2 gennaio 1630 è segnalato il primo caso di peste a Torino: il calzolaio Francesco Lupo. Le spaventose condizioni igieniche favoriscono il contagio, che dilaga ad Alba, Pinerolo, Saluzzo, Savigliano, nel Cuneese. Il culmine in estate con il caldo che favorisce la trasmissione.

DI FONDAMENTALE RILEVANZA IL PROTOMEDICO E IL SINDACO – Giovanni Francesco Fiochetto, archiatra dei Savoia, e il sindaco Gianfrancesco Bellezia sono personaggi fondamentali, ai quali la città ha intitolato due strade. Fiochetto instaura una rigorosa disciplina sanitaria che fa scuola. Bellezia rimane nella città abbandonata dalle istituzioni: i Savoia e la corte fuggono a Cherasco nel Cuneese. Decurione nel 1628 e primo sindaco nel funesto 1630, Bellezia affronta coraggiosamente il mandato, diventa il fulcro dell’organizzazione sanitaria, combatte l’isteria del popolo e lo sciacallaggio. La peste è debellata nel novembre 1630, con l’aiuto del freddo. Su 25 mila abitanti a Torino si contano 8 mila morti (il 32 per cento); Bergamo 10 mila vittime su 25 mila abitanti (40 per cento); Milano 186 mila decessi su 250 mila (74 per cento); Verona 33 mila morti su 54 mila abitanti (61 per cento). L’Italia 1.100.000 morti su 4 milioni di abitanti. Il 6 aprile 1631 firmano il «trattato di Cherasco» Vittorio Amedeo I di Savoia, il legato papale Giulio Raimondo Mazzarino, i rappresentanti del Sacro Romano Impero, di Mantova e di Spagna. Si ristabilisce un relativo equilibrio. Negli anni seguenti si registrano un numero enorme di matrimoni e di nascite.

EMANUELE FILIBERTO SPOSTA IL BARICENTRO SUL PIEMONTE – «Testa di ferro» comprende che l’Italia è il campo aperto alle fortune della dinastia. Rientrato in possesso delle terre nel 1559 con la pace di Cateau-Cambrésis, avvia una radicale riorganizzazione dello Stato. Torino, 30 mila abitanti, è ingrandita e munita di difese con la Cittadella e nel 1563 è proclamata capitale. Nel maggio 1515 Torino era stata promossa arcidiocesi metropolitana, sottraendosi alla giurisdizione di Milano, una concessione favorita dal matrimonio tra Filiberta di Savoia e Giuliano de Medici, fratello di Papa Leone X. Nell’inverno 1630 con il freddo, la peste diventa più cattiva. La brezza primaverile e l’afa estiva attizzano il contagio – in piemontese «contacc» – che in estate è fuori controllo: 150-200 decessi al giorno. Nel 1630 con la peste la città si svuota e rimangono 11 mila cittadini: saranno 3 mila cittadini dopo un massacro di 8.000 persone. In via Dora Grossa (poi via Garibaldi) masse di cadaveri imputridiscono. Come disinfettante si bruciano mobili e masserizie degli appestati. Le pezze bagnate in aceto, la salvia e la ruta aromatica non servono a nulla. Nei lazzaretti, chirurghi, medici e speziali lottano come possono e sanno. «Calamitas calamitatum, calamità delle calamità» ammazza quasi la città.

 

Pier Giuseppe Accornero

 



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