28 aprile 2021

LA CHIESA DI RACCONIGI E LA RESISTENZA

RACCONIGICASTELLOPARCO

Nel 1943 la parrocchia San Giovanni Battista di Racconigi (Cuneo) conta 3.165 anime affidate al priore don Francesco Saglietti, ai viceparroci don Gioacchino Cavallero e don Carlo Chiavazza. Nei primi anni di guerra e nella Resistenza, la principale preoccupazione del priore è la difesa della popolazione e l’assistenza alle famiglie più povere e sinistrate. Attraverso la San Vincenzo vengono offerti soccorso a famiglie povere, assistenza e ricovero in orfanotrofio a bambini, assistenza e ricerca di abitazioni a famiglie di sfollati. In inverno viene realizzata una refezione.

Il racconigese don Umberto Casale, docente alla Facoltà Teologica di Torino, nel bel libro «Indimenticabile priore. Teologo Francesco Saglietti» (Effatà, 2020) descrive ciò che realizza una parrocchia – come tutte le comunità cristiane – in tempo di guerra. A Racconigi i tre preti sono molto attivi nella Resistenza.

 

La personalità più notevole è Chiavazza: nato a Sommariva del Bosco nel 1914, sacerdote dal 1937, studia a Roma, è spedito nella sciagurata spedizione in Russia come cappellano militare degli Alpini: è tra le larve d’uomo che si trascinano nelle tundre gelate. Nel suo «Scritto sulla neve» racconta la straziante marcia nella fame, nel gelo e nel fango. Al ritorno è viceparroco a San Giovanni in Racconigi «dove dirige – spiega Casale – il comitato di resistenza contro fascisti e tedeschi». Dopo la guerra lavora al quotidiano «Il Popolo Nuovo»; nel 1946 è tra i fondatori e primo direttore del settimanale cattolico «il nostro tempo»

 

Il regime fascista è ormai al collasso. Mussolini è a Racconigi tre volte. Il 25 ottobre 1923 visita il re Vittorio Emanuele III nel castello dei Savoia: era stato a Torino, aveva parlato agli operai Fiat, al Lingotto dove aveva visitato la pista sopraelevata. Il 25 settembre 1925 partecipa alle nozze della principessa Mafalda. Il 15 maggio 1939 inaugura a Torino il mega-stabilimento Fiat a Mirafiori ricevendo un’accoglienza molto fredda, se non ostile, tanto che alla sera lo sentono borbottare: «Torino, porca città!». Diretto in treno a Cuneo, si ferma alla stazione di Racconigi. Racconta don Casale: «Tra la folla portata là per osannarlo vi era anche un gruppo di ricoverati del manicomio che esponeva lo striscione: “Resta con noi”».

 

Il 17 gennaio 1945 vi è una protesta del parroco diretta al prefetto, al comando tedesco, al commissario, al comando Brigate nere, all’esecutore per “essere stato preso in ostaggio insieme con il domenicano Gioacchino Botta e altre 4 persone».

In un altro testo il sacerdote scrive: «Fui preso in ostaggio e tenuto due giorni insieme a padre Gioacchino Botta e altre 4 persone». Fa da mediatore tra partigiani e fascisti per lo scambio dei prigionieri. Conclude don Casale: «Questa gestione collegiale da parte del priore è encomiabile, anche perché spesso non fu così; vi erano, nel movimento resistenziale, due gruppi con differenti strategie e diversi obiettivi: mentre i partigiani democratici (cattolici, liberali, azionisti) cercavano di umanizzare la lotta evitando gli spargimenti di sangue non necessari e limitando le rappresaglie su popolazioni inermi, altri gruppi conducevano la lotta senza esclusione di colpi, accettando il carattere violento e spietato, come quello nazista. I primi lottavano per un’Italia libera e democratica, gli altri per farne un satellite dell’Unione Sovietica».

 

Pier Giuseppe Accornero

 



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