24 dicembre 2025

IL GRUPPO ABELE HA 60 ANNI

don CIOTTI

Sessant’anni fa, nel Natale 1965, nasce il Gruppo Abele. Da poco più di un mese, il 21 novembre, il nuovo arcivescovo Michele Pellegrino – che avrà un ruolo decisivo sul fondatore e sul gruppo – si è insediato nella Cattedrale San Giovanni Battista.

«Ci battezzammo da principio “Gioventù impegnata”, un nome in linea con i tempi che poneva l’accento sul desiderio di non restare a guardare ma investire energie fresche in qualcosa di utile. Al di là della spinta ideale, ci mancava quasi tutto: organizzazione, risorse, strumenti di lettura del contesto sociale, politico ed economico. Volevamo dare una mano a chi ne aveva bisogno». Lo scrive il fondatore don Luigi Ciotti – 80 anni il 10 settembre scorso – nel bel libro autobiografico «Luigi Ciotti. L’amore non basta».

Il mondo giovanile è la sua prima preoccupazione, quei giovani «che allora si definivano “sbandati, disadattati, devianti” li avevo visti tirare calci al pallone sui campetti improvvisati della periferia quando ero ancora un ragazzo, con gli amici dell’oratorio Santa Rita. Erano in gran parte figli dell’immigrazione dal Mezzogiorno e della povertà che uno sviluppo economico sregolato aveva alimentato. Erano cresciuti in famiglie a cui mancava il tempo per occuparsi di loro. Un contesto non sempre accogliente, talvolta apertamente ostile, che tendeva a etichettare ed escludere».

Luigi ha 17 anni e frequenta un corso per radiotecnico per trovare lavoro in una delle tante aziende della città, «allora fieramente e fiorentemente industriale». Per andare a scuola – racconta – «ogni mattina prendevo il tram e dal finestrino noto un anziano signore, infagottato in diversi strati di vestiti, sostare assorto su una panchina del corso alberato davanti a Porta Nuova, spesso con un libro tra le mani e una matita rossa e blu di quelle usate dai professori. Ai miei occhi quell’uomo diviene “il” povero, l’incarnazione dell’indigente bisognoso d’aiuto. Da quando la mia famiglia si era stabilita in via Mombarcaro 13, al quinto piano, frequentavo la parrocchia e, come mia madre da giovane, mi ero avvicinato all’Azione Cattolica, dove si aveva molto a cuore la questione dei poveri».

Scocca la scintilla. Il primo contatto con il signore della panchina è scoraggiante. «Scendo dal tram e, mettendo da parte la timidezza, chiedo: “Come sta? Ha bisogno di qualcosa?”. Lui, non solo non mi risponde, ma sembra che nemmeno mi senta. Nei giorni seguenti mi accorgo che, quando un’auto frena bruscamente, alza gli occhi. Quindi ci sente. Mi faccio di nuovo avanti: “Buongiorno, le serve qualcosa? Posso aiutarla?”. I tentativi si protraggono per un paio di settimane. Alla fine, l’anziano signore parla. Poche parole con  voce grave e impastata di chi non la usa da tempo: “Io sono vecchio, non ho bisogno di niente. Ma guarda quei giovani là di fronte: loro sì che hanno bisogno. Fai qualcosa per loro, se puoi”. I ragazzi bevono alcolici ai tavolini di un bar, sembrano parecchio su di giri. Lui ha notato che, insieme all’alcol, molti assumono pasticche, probabilmente anfetamine».

Il giovane Luigi e l’anziano Mario diventano amici, «una singolare forma di amicizia, fatta di poche parole, qualche bevanda calda e un’incessante danza di sguardi». Erano le prime forme di sballo fuori dai circuiti del consumo «da salotto praticato in ambienti agiati. A differenza della cocaina, costosa e illegale trasgressione da ricchi, le anfetamine si compravano tranquillamente in farmacia, come aiuto per dimagrire e come antidepressivi per l’effetto euforizzante. Il loro uso non destava allarme sociale, come avrebbe fatto l’eroina» e gli eroinomani «sarebbero stati in breve identificati come “tossici” per gli effetti evidenti che la droga aveva sui loro corpi e sulle loro abitudini».

Inizialmente sono 6-7 amici, studenti e operai. «Venivamo dalle parrocchie e all’inizio l’impronta religiosa era dominante con alcuni elementi innovativi, come la presenza di ragazzi e ragazze insieme, cosa abbastanza inedita tra i cattolici. Il Gruppo si propone come luogo aperto, plurale e pluralista e rinuncia a definirsi in senso confessionale o di orientamento politico, per non escludere nessuno». Cosa, quest’ultima, che inizialmente preoccupa mons. Livio Maritano, primo collaboratore di Pellegrino. Ma sia l’arcivescovo e sia il vescovo ausiliare non faranno mai mancare l’appoggio e l’aiuto al Gruppo e al suo fondatore. Come poi faranno i successori fino all’attuale cardinale arcivescovo Roberto Repole.

In un primo tempo i giovani si rivolgono agli anziani senza fissa dimora che dormono sotto i portici o in stazione: «Portavamo coperte e qualcosa di caldo e cercavamo di spezzare la loro solitudine. Ed eravamo entrati in contatto con alcune bande di ragazzi “di strada”, abituati a scorrazzare a Porta Palazzo o nei nuovi quartieri. Offrivamo ascolto e amicizia. Molti non avevano riferimenti educativi, né prospettive di studio o di lavoro; vivevano alla giornata, con il rischio continuo di cedere alla tentazione dell’illegalità, dai furtarelli di cibo al mercato a quelli di auto e motorini il passo era breve. E il carcere minorile era un luogo che molti  avevano già conosciuto».

Negli anni del Seminario a Rivoli «li avevo seguiti nelle loro vite randagie, sui vagoni in sosta alla stazione o nel carcere minorile “Ferrante Aporti”. Ora li incontravo al Gruppo Abele» che nasce così, sulla strada, nel rapporto quotidiano con i barboni e i giovani disorientati. Per sessant’anni don Ciotti – che aveva 20 anni – e il Gruppo Abele si impegnano tra «i ragazzi che fanno fatica»: reclusi nelle carceri minorili, drogati, bambine prostitute. Esperienza allora unica in Italia che oggi opera su numerosi fronti, dalle tossicodipendenze al gioco d’azzardo, dall’aiuto alle vittime delle «nuove schiavitù» alla prostituzione minorile e alla tratta degli immigrati. Ha decine di cooperative, comunità di accoglienza, unità di strada, servizi. Finché don Ciotti non si impegna, dagli anni Novanta, a sradicare le radici di questi mali fondando con altri Libera. Ma questa è un’altra storia.

Pier Giuseppe Accornero

 



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