SCAFFALE: RACCONTI DI CESARE PAVESE

Cesare Pavese ha scritto molti racconti, soprattutto nella parte iniziale della sua parabola esistenzial-editoriale. Due sono le antologie di testi brevi di riferimento nel catalogo pavesiano: Feria d’agosto (1946) e Notte di festa (uscita postuma nel 1953; ma i racconti che ne fanno parte risalgono tutti al 1936-38), più volte ripubblicati. Ed è da quelle raccolte che provengono i testi riuniti in questo volume: non si tratta di inediti ma inedita è la logica della selezione. Infatti, i racconti, scritti fra il 1937 e il 1944 e capaci di anticipare i grandi temi che caratterizzano l’opera narrativa maggiore dello scrittore piemontese, sono qui riuniti in tre grandi ambiti tematici:
«il paese», dove la distanza incolmabile tra fanciullezza ed età adulta vien messa in scena nel contesto mitico del mondo delle campagne;
«la città», in cui emergono i temi della solitudine nel mondo urbano e della definitiva perdita dell’innocenza di un’esistenza lontana dalla natura e dal suo orizzonte mitico;
«la prigione», a partire dal lungo racconto Il carcere, in cui Pavese, rielabora l’esperienza personale del confino a Brancaleone Calabro fra il 1935 e 1936, e indaga, con acutezza insieme metaforica e realistica, i temi dell’ineluttabilità del destino e della fondamentale assurdità dell’esistenza, secondo movenze che ricordano le contemporanee riflessioni di Albert Camus e dell’esistenzialismo francese.
“Sull’aia liscia e soda come un tavolo di marmo, saliva il fresco della sera. Ai piedi di una collina, quando il sole è appena calato dall’altra parte, la terra pare schiarirsi di luce propria, una luce fresca e silenziosa, che esce dai sassi e dalle cose nude. Nell’aria immobile, dietro la stalla, scoppiava a tratti da lontane colline, dondolando sul vento, un frastuono di musica ballerina, che pareva una rissa di gole squillanti” (Notte di festa).
«Pavese è un grande scrittore di racconti-scrive l’editor Roberto Marro-Le ragioni sono molteplici. Certo, molto hanno influito il suo amore per e la frequentazione della letteratura angloamericana, dove la short story è un genere letterario a tutto tondo che richiede una tecnica, un’economia di mezzi, un rigore di pensiero narrativo che ben convengono allo scrittore torinese-langarolo. Ma con ogni probabilità la ragione vera è un’altra, più profonda: esistenziale e tecnica. Ci sembra che per Pavese il racconto sia anzitutto uno strumento d’indagine che gli consente di portare alla luce e di sistematizzare il proprio arsenale di temi, sguardi, miti, personaggi, ambienti».
«Quello pavesiano è un universo fondato sulla profondità, non sull’estensione» afferma Nicola Gallino nella postfazione dell’antologia; e in questa scrittura primigenia «densa di illuminazioni e di sorprese», Pavese si rivela un “antropologo della parola”, raccontando con perfezione, misura ed efficacia «Padri padroni e ragazze disinvolte, gente tagliata nel legno, universi sessuati dove a uomini e donne sono assegnati ruoli obbligati da secoli, silenzi e gesti contadini congelati in una ritualità ancestrale che li rende sacri nella loro immutabilità. Guitti miserabili che battono con il loro carrozzone le piazze dei borghi di Langa, tentazione irresistibile di fuga per l’orfano bracciante ribelle. L’eremita coperto di stracci che vive nella grotta di tufo fuori paese dicono sia stato un marinaio che ha navigato i Mari del Sud, e forse avrà visto la Balena. E balli sull’aia con clarini e tromboni, pane e salame sotto i gelsi e agnolotti ai pranzi di nozze, mungiture, corteggiamenti reticenti, lavori in vigna, i pesci del Belbo, i falò sulle colline nella notte di San Giovanni e lo struggente desiderio di mare». Mare dove non accendono falò «perché il mare è pianura».
Un Pavese scabro e raffinato, forte e gentile, rabbioso e trattenuto.
CESARE PAVESE
RACCONTI
EDIZIONI IL CAPRICORNO
13,00 euro